Un anno fa ci salutavamo, Nino. Un distacco avvenuto troppo prematuramente.

Dopo aver vissuto quattro mesi insieme, tu nella mia pancia, io nella tua immaginazione, ci siamo dovuti separare. Un’infezione, totalmente asintomatica e imprevista, ha minato il tuo ambiente di protezione. E così è avvenuto, è arrivato uno dei momenti più bui della mia vita. Un periodo di estrema e profonda sofferenza. Ma la separazione è stata solo fisica. Anche se tu, Nino, non sembri reale ai più, sei stato più vivo nei mesi a seguire che in quei mesi di accompagnamento al tuo destino.

Sì perchè il primo sentimento intenso che provi è il senso di colpa, di non essere stata una mamma adeguata, di non aver fatto abbastanza, di non aver agito tempestivamente.

E invece no, il tuo percorso su questa terra era quello ed io non ero “altro” che un mezzo per fartelo percorrere nel migliore dei modi. E, nonostante un anno fa il senso di tutto ciò fosse inaccessibile e doloroso, oggi posso dire che ne ho già potuto percepire qualche sfumatura, e sono in attesa dei giorni a venire, per scoprire tutte le altre.

L’attesa, ciò che meglio definisce una gravidanza.

Tanta è stata l’attesa della tua scoperta, e poi l’attesa dei mesi che si susseguono, poi i primi problemi e l’attesa che si risolvano, e poi.. il crollo e l’attesa tra il ricovero e il tuo saluto. Sono state le 36 ore più dure della mia vita, tra dolore, incredulità, necessità di credere d’essere in un brutto sogno, pianti, pianti e poi pianti. Un’attesa dura da superare, ma che inconsciamente mi ha permesso di salutarti, di spiegarti e di accompagnarti al tuo destino. Un’attesa superata solo grazie a Francesco, il mio compagno, che mi è stato accanto in ogni singolo istante. E il corpo, macchina perfetta della natura, che tanto ho odiato in quei giorni, ha fatto il suo lavoro egregiamente, permettendoci un saluto fisicamente sopportabile.

E poi, c’è stato il dopo.

Quello che tu hai permeato in ogni dove, in ogni mia cellula, in ogni mio respiro. Se penso ora da dove abbia trovato la forza per reagire, per riprendermi, non trovo risposta. So che da qualche parte c’è. E la buona notizia è che si riesce ad uscirne. Se ne esce col tempo e con la giusta ricetta di sostegni.

La mia è partita con la condivisione. D’altronde all’inizio del quinto mese tutti, tanti sanno che porti in grembo una creatura. La condivisione è stata la mia prima grande forza, e mi ha permesso di distribuire un pezzettino del mio dolore sulle altre persone, alleggerendo me. E ho trovato tanta, tantissima empatia. Ognuno col proprio modo di esserti vicino, ogni modo prezioso e fondamentale nel permettermi di risollevarmi. Le mie amichele donne in generale, si sono strette attorno a me, come un cerchio su cui fare affidamento. E io mi sento ancora in quel cerchio, protetta.

Un altro ingrediente della ricetta è stato il percorso fatto con le ostetriche, che mi ha permesso nel tempo di metabolizzare tutti questi pensieri, e di conoscere Nino per quel che è, che rappresenta: cambiamento; maggior consapevolezza di me, del mio corpo, della coppia; comprensione dell’imprevedibilità della gravidanza e della vita e l’importanza di “lasciare andare”; attenzione alle sensazioni del mio corpo e ai miei desideri.

L’altare con i simboli che parlano di Nino, in casa di Anna e Francesco

Ed è così che ho trovato la forza di stravolgere la mia vita lavorativa.

Ho lasciato un posto in banca in cui non mi riconoscevo più da anni e che mi stava soffocando per dar seguito ad un sogno nascosto nel cassetto: l’insegnamento. Oggi insegno e ne sono grata e felice. Sento che posso esprimere al massimo la creatività sprigionata da Nino, e che mi fa sentire viva. E per questo ti ringrazio. 

Oggi sei, oltre che nella mia mente e nel mio cuore, anche in quel tatuaggio sul polso.

Io che mai mi sarei fatta un tatuaggio, e invece sentivo la necessità di averti visivamente con me. Un elefante, che tutti gli ostacoli supera, con le sue dolci curve come la pancia che ti ha cullato, con un cuore al posto della testa. Dicono che il lutto duri per tutta la gravidanza, e così è stato anche per me. A giugno con Noemi abbiamo fatto un bellissimo rito di “chiusura” sotto i kiwi dell’orto della mia famiglia, nella natura dolce e feconda che ci accompagna da generazioni. Il rito, accompagnato da moltissimi pensieri di tutti coloro che nei mesi, e anche oggi, ci sono stati vicini, ha permesso di mettere un punto, di chiudere un cerchio, di lenire le ultime ferite, e di guardare avanti.

L’elefante di Nino, sul polso di mamma Anna

E da lì è partita una nuova vita, Nino.

Tu hai portato davvero tanto, e forse hai anche lasciato qualcosa che proteggesse Maya, che oggi  si trova nella mia pancia. A un anno di distanza lei ha bussato alle nostre porte nei tuoi stessi mesi, e così oggi mi trovo nuovamente alla fine dei quattro mesi, soglia psicologica da superare. Ma questa volta ho una valigia piena di strumenti che mi fanno andare avanti giorno per giorno, accogliendo tutto ciò che arriva, e vivendo nel qui e ora.

E oggi, Nino, la giornata è dedicata a te, a ringraziarti e a dirti che ti voglio bene e che ti porterò sempre nel mio cuore.


La tua mamma Anna

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