Amare oltre: un percorso nel lutto perinatale

Scritto da Daniela Botto, doula ed educatrice.

All’inizio di questa scorsa estate ho avuto la grande gioia di cocreare e gestire insieme alle ostetriche dell’Oasi un percorso per donne che hanno vissuto un lutto in gravidanza. Del lutto si parla raramente e del lutto in gravidanza ancora meno, è un’esperienza che viene taciuta, nascosta, anche se è estremamente frequente.

Abbiamo desiderato fortemente creare e offrire uno spazio di condivisione, in cui dare voce alle emozioni che fanno parte del lutto, per provare insieme a stare nel lutto, a guardarlo in faccia.

Raccontare la propria storia è sempre uno strumento di guarigione profonda, è così che ci siamo evoluti, è attraverso il racconto che ci trasformiamo e che possiamo affrontare i passaggi della vita. Abbiamo voluto preparare per le donne un tempo protetto in cui poter narrare di sè con lentezza, in cui poter scegliere che parole usare, in cui poter lasciare uscire la storia nascosta e intima della propria perdita. Abbiamo scelto di lavorare in cerchio perchè crediamo nella forza e nel sostegno del gruppo che accoglie e rielabora il vissuto: nel cerchio ogni storia ha la stessa importanza, lo stesso peso, riceve lo stesso ascolto. La storia di una diventa la storia di tutte, si suddivide il carico, si aumentano le risorse.

Mi viene in mente l’episodio potente e commovente della mamma orca che nell’estate del 2018 ha perso il suo cucciolo al largo delle coste del Pacific Northwest.

La mamma orca ha tenuto sospeso sul muso, spinto e sorretto il corpo del suo cucciolo per più di 17 giorni. L’aspetto straordinario della storia, oltre che mostrare l’attaccamento emotivo e il lutto di questa mamma orca, è il suo essere aiutata dalle altre femmine del branco a sostenere il cucciolo. Per più di due settimane le femmine di orca si sono alternate a spingere e sostenere il corpo del cucciolo morto, per permettere alla mamma di riposare. L’istinto di questi colossali mammiferi le ha portate a creare un cerchio del lutto per sostenere la loro compagna.

L’intento del percorso Amare Oltre è stato questo, creare uno spazio di ascolto e lasciare campo alla creatività e alla condivisione come mezzi per stare insieme nel lutto. Per dargli voce, renderlo visibile.

Abbiamo raccontato e ascoltato le storie dei bambini e delle bambine che per un tempo più o meno lungo hanno vissuto e lasciato una traccia. Abbiamo riconosciuto il dolore, la rabbia feroce, lo smarrimento, le domande senza risposta, la confusione, la paura che blocca, l’imbarazzo, il tabù del lutto in gravidanza. Abbiamo lasciato che le emozioni facessero il loro lavoro, come guide insostituibili. Per poter andare oltre, amare oltre, è necessario prima sentirlo davvero quel lutto e quel dolore indicibile, sentirlo così com’è.

Abbiamo lavorato con la barbottina, l’argilla liquida, per permettere al corpo di sentire di nuovo e spegnere la modalità pilota automatico in cui si entra dopo un trauma, per provare a giocare come giocano i bambini, per il solo gusto di sentire e sperimentare. Per permettere l’immersione letterale e fisica nel fango, nello scuro, in ciò che non vorremo mai vivere o attraversare.

Ci siamo sporcate le mani e le braccia, abbiamo visto la traccia che il trauma e il lutto lasciano su di noi. Lavorando con la barbottina non si può creare un’opera d’arte che rimane, è un’argilla liquida e viscida che non permette di scolpire, di innalzare statue e costruzioni. Invita e obbliga alla creazione del momento, allo stare lì. Si lavora e si disegna sul pannello e poi, con un colpo di mano, si cancella e si riscrive di nuovo. Il lavoro perfetto creato prima non c’è più, resta la traccia sulle mani, il disegno in mente, l’impronta indelebile nel cuore. Con la barbottina vediamo che anche l’arte effimera rimane comunque arte, anche se scompare, anche se non si vede, anche se alla fine dell’incontro non abbiamo nulla di concreto da portare a casa.

Ma l’arte c’è stata, la creazione è avvenuta. Una creazione diversa, con tempi e modalità tutte sue. Ma pur sempre una magnifica creazione.

Con la barbottina ci ricordiamo come noi, come i nostri grembi siano come quel pannello, capaci di accogliere scritture e disegni diversi, capaci di ricrearsi sempre mese dopo mese, di nutrire la vita dal fango dell’argilla liquida come fa il loto che nasce dal fondo fangoso. Con la barbottina facciamo esperienza dell’incessante trasformazione della materia e del corpo. Nulla dura per sempre, così come i disegni sul pannello mutano in continuazione.

Abbiamo cantato insieme, io e l’ostetrica abbiamo chiuso le donne nella serrada o closing of the bones, la cerimonia massaggio che chiude un capitolo e permette l’apertura di un altro. Abbiamo avvolto nel rebozo i corpi delle donne, portato ristoro e riposo.

Farfalle nel bozzolo, che hanno incontrato la morte per diventare altro.

Una farfalla non sa il motivo della muta, non sa il perchè, non sa il senso della morte che deve attraversare. Semplicemente sta nel suo sentire, nella saggezza dello sconosciuto. Abbiamo intrecciato fili, creato amuleti per addomesticare la paura e farcela amica. Conchiglie, bozzoli vuoti di bachi da seta, gomitoli di lana.

In cerchio tra sorelle abbiamo messo da parte le barriere innalzate dal lutto e abbiamo condiviso uno spazio fisico e emotivo di creatività e di guarigione.

Abbiamo riso, abbiamo pianto, abbiamo acceso le candele e detto a alta voce i nomi dei bambini e delle bambine che hanno avuto un passaggio sulla Terra, nei grembi preziosi delle loro madri. Non abbiamo cercato risposte definitive o facili e inutili consolazioni. Insieme abbiamo provato a gettare uno sguardo al dopo: come è possibile amare oltre? Amare ancora oltre un dolore così grande? Forse l’unico modo è proprio quello che abbiamo co-creato, è il ripartire dal sentire il corpo con l’argilla e il tessuto, ripartire dal contatto con se stesse, rimettersi al centro, stare nella lentezza della sorellanza, raccontarsi attraverso la creatività. “Prendete i vostri cuori spezzati e fatene arte.”

Il potere del femminile è quello di sedersi nello sconosciuto e avere fede in quello spazio. Arrendersi al mistero del vuoto, al terreno selvaggio di ciò che non si conosce e muovere da quel luogo con la propria vita, aprendo i propri canali al vuoto e tirando fuori la propria vera essenza. 

Juliet Allen
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