Come vive un neopapà i primi giorni dopo la nascita al tempo del covid?

Articolo scritto da Simone, papà di Francesco

Le scadenze, o meglio le attese, sono parte della nostra vita.

In principio era Natale, si aspettava la mezzanotte del 24 dicembre per aprire i regali e dare realtà ai desideri richiesti.
Poi è arrivata la campanella, quella di giugno, l’ultima di una serie infinita, per aprire la mente e i sogni ad un’altra estate di libertà e spensieratezza.
Dopo ancora le ore 17 di un giovedì di marzo di tanti tanti fa, la fine di un’altra noiosissima lezione di filosofia del diritto, per incontrare finalmente una ragazza. La ragazza. Anzi, Maria.
Una volta però che la lancetta arriva a mezzanotte, o che suona la campanella, o che la lezione termina, si aprono i regali, si fa volare la fantasia o si fa battere il cuore per tanto tempo, senza una scadenza troppo vicina da riempirci nuovamente la mente.


Il 28 giugno invece non è stato così. Finita l’attesa, neanche il tempo di rendersene conto, ne è iniziata subito un’altra.

72 ore circa, di limbo. Come se vedessi il regalo senza avere la possibilità di prenderlo e giocarci, o peggio, come se la scuola fosse finita ma dover far compagnia a professori e bidelli per altri giorni. O peggio ancora, capire a malapena di essere diventato papà, ma veder chiudere le porte del reparto con dietro mamma e bimbo.
Chi è rimasto dietro le porte del reparto si chiama Francesco, e sul momento non ho dato importanza al riguardo. Ero sveglio da circa 19 ore, e dall’alba avevamo iniziato un trasloco, mangiato pochissimo, fatto da spalla/disturbatore durante le prime contrazioni, fatto da supporto passivo non sempre gradito durante i prodromi e la parte attiva del parto, e resistito non si sa bene come ad uno svenimento proprio mentre Francesco si affacciava alla vita.
Sono andato a dormire quasi volentieri, con un misto di eccitazione e stanchezza che disegnava sul mio viso un sorriso beota nella camera ormai spoglia e piena di scatoloni.


Ecco, gli scatoloni mi hanno salvato i tre giorni.

Si sa, noi uomini facciamo finta di saper fare bene solo una cosa per volta. Quel giorno mi sono messo d’impegno per non sfatare il mito.
Un trasloco in tre giorni non è cosa da poco, quindi le giornate sono passate estremamente veloci e intense. La tecnologia poi mi è stata di grande aiuto, dal freddo schermo del cellulare apparivano caldissime foto di Maria e Francesco; pillole di sorrisi e manine che confermavano come la mia vita non sarebbe stata più la stessa.
Per non sentirmi immediatamente escluso dal quadretto familiare che si stava componendo nella camera d’ospedale ho fatto capolino qualche sera in Via Michele Coppino, mascherando le mie passeggiate con la scusa di dare sostegno a Maria affacciata al balcone.
Insomma, sono state 72 ore piene di emozioni contrastanti, emozioni in potenza che si sono liberate il più bel martedì mattina della mia vita.


Quello che auguro ai futuri papà è di essere estremamente pazienti, sognatori, curiosi ma non troppo e magari anche buoni camminatori con un ottima vista almeno fino al quinto piano.


L’attesa finalmente finisce, e inizia la festa!

Maria, Simone e Francesco finalmente insieme a casa!
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